L'ultimo tratto di strada insieme a Parolman PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Lauria   
martedì 26 agosto 2008

Scendo dalla corriera a Monterosi, piccolo centro del Viterbese. La missione è agganciare Andrea e seguire l’ultima parte della sua avventura, che finalmente avrà oggi la sua conclusione. Dal pullman ho visto la strada che faremo per raggiungere Roma. Osservandola bene, non distrattamente come capita facendola in macchina per andare altrove, mi rendo conto che la giornata sarà molto difficile.

Quel lungo tratto di Cassia è praticamente un’autostrada. Tutta sotto il sole e senza una minima area di ristoro. Nessun bar e nessun distributore aperto. La giornata caldissima ci metterà il resto.

A Monterosi riempio lo zainetto di bottigliette d’acqua e mi avvio lungo la strada per Sutri, da dove prima o poi dovrei incrociare Andrea.

L’avevo già sentito per telefono diverse volte, volevo capire dove avrei potuto incontrarlo e quali fossero le sue condizioni. Da qualche giorno, dalle telefonate fatte e da quello che mi raccontava Max, la situazione non era affatto buona. Mi ha già detto che è intenzionato ad arrivare a qualsiasi costo e oggi, con i problemi alla caviglia che si sono aggravati, procederà camminando per tutto il tempo.

Lungo la strada, fermo un ciclista che mi viene incontro e gli chiedo se ha visto un tipo strano con zaino in spalla che sta venendo da questa parte. Mi dice di averlo visto poco prima e che sta arrivando.

Mi fermo ad aspettarlo e poco dopo lo vedo spuntare in lontananza da dietro una curva.

Gli vado incontro e lo vedo prima perplesso perché non mi riconosce subito, e poi sorpreso, perché non se lo aspettava, di incontrarmi. E’ circa mezzogiorno, il cartello stradale, a quel punto, indica: Roma 43 km.

Chiamo Max per raccontargli dell’aggancio. Adesso, dopo aver fatto l’angelo custode di Andrea per dieci giorni, gli toccherà averne due da sorvegliare per tutta quest’interminabile giornata.

Andrea è provato, ma è un vulcano di parole. Mi racconta delle giornate precedenti, di come ha sentito vicini i tanti che l’hanno accompagnato e sostenuto anche solo con un sms, e di quanto è contento di poter terminare la sua fatica in compagnia.

Avevo già trovato, prima di andargli incontro, un bar con tavolini all’ombra e, vista l’ora, decidiamo di fermarci lì per un panino. Riusciamo a fare gli spiritosi con la padrona del bar. L’umore è buono, le condizioni fisiche invece sono preoccupanti. La caviglia di Andrea è vistosamente gonfia. Se fossi un medico gli dovrei impedire di continuare, ma come posso obbligarlo ad interrompere questo percorso che per lui è non è solo la semplice prova fisica, quando il traguardo sembra ormai a portata di mano?

So bene che, nei suoi panni, anche io non sarei disposto ad accettare altro che l’incoraggiamento ad arrivare in fondo. Ed in questo ruolo, mi riprometto di “tormentarlo” fino all’arrivo.

Ci rimettiamo in moto, avremo tanto da camminare sotto il sole! Bella idea, frutto di qualche testina, lasciare la tappa più lunga e più difficile per ultima!

Le ore passano, ma i km sembrano di una lunghezza infinita. Il passo medio è intorno ai 4,5/5 km all’ora, ad essere ottimisti. Andrea avanza sempre con più fatica e ogni tanto tira una proiezione sull’orario di arrivo che varia in continuazione.

“Arriveremo a mezzanotte” poco dopo si corregge “no, mi sono sbagliato, arriveremo alle 8” “no forse intorno alle 9”.

Ci liberiamo finalmente di quest’autostrada. E’ già tardo pomeriggio quando prendiamo la vecchia Cassia. Speravo che questo cambiamento ci avrebbe aiutato a trovare un posto di ristoro: “Vecchia Cassia” = “Strada Abbandonata”. Ci mettiamo più di un’ora prima di trovare l’oasi di un bar aperto.

Il mio obiettivo adesso è trovare quello stramaledetto cartello, che dovrebbe segnalare con solennità la conclusione del viaggio.

Lo cerco in prossimità del Raccordo Anulare, che è già ufficialmente Roma, ma niente, li hanno fatti sparire e mi viene difficile convincere il pellegrino che ce l’ha fatta.

Ormai è sera e, mentre continuo a cercare il cartello, finalmente il testone si capacita che siamo arrivati. Lo capisco quando, all’improvviso, comincia a strillare al telefono “è fatta, è fatta, sono arrivato!!!”

Ci tocca camminare ancora perché in zona è tutto deserto ed io cerco un locale aperto per chiamare un taxi e finire in tutti i sensi quest’avventura. A Roma, e per di più la sera, è difficile che un taxi ti prenda con una chiamata da un cellulare in mezzo ad una zona deserta. Comunque alla fine ci provo e siamo fortunati.

Do la buona notizia a Max e chiedo al tassista di portarci, prima di andare a casa mia, verso ponte Milvio, che è lì vicino, per fare un’ultima foto ad Andrea.

Finalmente andiamo a casa! Una doccia e subito a tavola.

Riesco a intaccare l’inappetenza dell’ospite solo con due bicchieri di granita, rigorosamente al limone. L’ultima sorpresa, che gli arriva tramite internet, lo sorprende, imbarazza e commuove.

Domani, quando si accorgerà che non deve prepararsi per una nuova tappa, comincerà a rendersi conto di cosa ha fatto in questi giorni, quello che ha visto, le sensazioni e le esperienze vissute.

Domani Andrea andrà a completare quello che è stata la motivazione più intima e personale che l’ha spinto e sostenuto durante queste giornate. Domani Andrea partirà per ritornare a casa, alle cose e ai problemi di tutti i giorni.

Andrea, da non credente, posso non comprendere, ma credo che ti sia comunque dovuto il massimo rispetto, soprattutto per come hai portato avanti tutto il tuo percorso, lasciando alla tua sfera personale quello che personale deve restare.

Ti auguro di aver trovato quello che cercavi. Senz’altro, come mi hai fatto capire tu stesso, hai trovato l’affetto, in misura inaspettata e imprevista, di tante persone che ti sono state vicine.

Ciao e un grande in bocca al lupo per tutto, dal tuo compagno di questo piccolo tratto di strada.

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